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La clinica della dignità

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La clinica della dignità
Titolo La clinica della dignità
Autore
Curatore
Traduttore
Argomento Sistematica ed etica Dialogo interdisciplinare
Collana Nostro tempo, 175
Marchio Claudiana
Editore Claudiana
Formato
Formato Libro Libro
Pagine 132
Pubblicazione 10/2026
ISBN 9788868984687
 
Promozione valida fino al 19/10/2026
14,00 € 13,30 €

 
risparmi: 0,70 €
Spedito in 7 giorni

Il libro in pillole

  • Istituzioni e società che spesso negano dignità
  • Strumenti filosofici e pratici per restituire valore alle vite vulnerabili
  • Trasformare l’indignazione in azione e responsabilità collettiva

Che cosa resta della dignità quando il lavoro umilia, la cura si fa dominio, le istituzioni rendono invisibili i più vulnerabili e la crisi climatica minaccia l’abitabilità del mondo? Cynthia Fleury guarda la dignità a partire dal suo opposto: l’indegnità. Ne segue le ferite nei corpi, nelle relazioni e nelle democrazie, ma individua anche le vie della resistenza. Perché una vita degna non si proclama soltanto: si costruisce attraverso il riconoscimento, la cura, l’educazione e l’azione comune.

«Pur definendosi come il punto assiomatico, irriducibile e simbolico, perno di ogni filosofia morale, l’idea di una “Clinica della dignità” ricorda come, nella filosofia politica e sociale, la questione della dignità sia più relazionale che sostanziale. Si tratta effettivamente di un processo di costruzione collettivo che garantisce la dignità delle interazioni sociali e la materializzazione di condizioni di vita e di lavoro degne, in relazione solidale con l’insieme del vivente. In un certo senso, la dignità non si accontenta più di essere la proprietà metafisica dell’umano: è ciò che definisce un’azione, è una dignità in azione nella produzione di interazioni reciproche, all’interno dei nostri ecosistemi umani e naturali».
Cynthia Fleury

L'autrice risponde...

1. Se la dignità non può esserci tolta, come può essere ferita?
La dignità appartiene a ogni persona e nessuno può portarcela via. Ma ci sono situazioni – sul lavoro, nelle istituzioni o nelle relazioni – che possono impedirci di sentirci rispettati e di vivere pienamente la nostra dignità. È proprio in questa distanza tra ciò che siamo e ciò che possiamo vivere che può intervenire la cura.

2. Essere riconosciuti dagli altri basta a sentirsi degni?
No. Abbiamo bisogno dello sguardo e del riconoscimento degli altri, ma non possiamo dipendere completamente da essi. Altrimenti rischiamo di vivere alla ricerca di approvazione, prestigio o successo. Una società giusta dovrebbe riconoscere il valore delle persone e, insieme, garantire condizioni di vita realmente dignitose.

3. Che cosa può un racconto contro l’indegnità?
Poter raccontare la propria storia è già un modo per riprendere in mano la propria vita. L’indegnità può cancellare memoria, identità e futuro, fino a far sentire una persona come un oggetto. Raccontarsi significa invece ritrovare una biografia, dare un senso a ciò che è accaduto e tornare a immaginare ciò che potrà accadere.

4. Perché l’esilio riguarda anche chi non ha mai attraversato una frontiera?
L’esilio non è soltanto lasciare il proprio Paese. Può essere anche la sensazione di non avere un posto nel mondo, di non sentirsi riconosciuti o davvero “a casa”. Baldwin, per esempio, parte dalla propria esperienza per porre una domanda che riguarda tutti: che cosa accade quando il mondo in cui viviamo non ci offre un luogo in cui sentirci accolti?

5. Quanto lavoro “sporco” si nasconde dietro una vita pulita?
La nostra autonomia dipende spesso dal lavoro di persone che non vediamo. Chi assiste gli anziani, pulisce gli ospedali o svolge lavori pesanti e rischiosi rende possibile la vita quotidiana di molti altri. Eppure questo lavoro rimane spesso invisibile. La domanda allora diventa: chi paga concretamente il prezzo del nostro benessere?

6. Perché, per curare chi soffre, può essere necessario “curare l’istituzione”?
È difficile prendersi cura di qualcuno in un ambiente che umilia chi riceve assistenza o mette chi lavora nella condizione di agire contro i propri valori. Regole, tempi e procedure possono aiutare la cura, ma anche ostacolarla. “Curare l’istituzione” significa allora creare condizioni migliori per pazienti, utenti, famiglie e operatori.

7. Che cosa distingue l’avversità dall’indegnità?
Le difficoltà fanno parte della vita e non ci fanno necessariamente perdere il senso della nostra dignità. Qualcosa cambia quando una persona viene continuamente messa in una condizione di debolezza e privata degli strumenti per reagire. L’indegnità non coincide quindi con la sofferenza: nasce quando l’impotenza viene prodotta e alimentata.

8. Fanon obbliga a chiedere se la violenza possa restituire dignità. Può farlo?
Opporsi a un dominio può significare difendere la vita e la propria dignità. Ma pensare che la violenza possa, da sola, liberare e purificare rischia di trascinare chi la usa nella stessa logica che vuole combattere. Fanon ci mette davanti a questa contraddizione: come resistere all’oppressione senza riprodurne la violenza?

9. Perché definisce l’indignazione “un fucile a un solo colpo”?
Perché l’indignazione è potentissima nel segnalare che un limite è stato superato, ma da sola non basta a cambiare le cose. Può mobilitare, ma può anche trasformarsi in contrapposizione e ostilità. La sfida è non perdere quella forza iniziale e riuscire a trasformarla in capacità di capire, prendersi cura e agire.

10. Che cosa si impara quando si impara la dignità?
Si impara a riconoscere che abbiamo bisogno gli uni degli altri, senza vergognarci della nostra fragilità. Si impara anche a guardare le cose dal punto di vista degli altri. Non basta vedere la stessa realtà: dobbiamo diventare consapevoli di guardarla insieme. Da qui può nascere una vera cura di ciò che abbiamo in comune.

 

Indice testuale

Tre domande a Cynthia Fleury, a guisa di introduzione  di Elisabetta Ribet
Introduzione 

  1. Le età della dignità

1.1 Dalla dignitas aristocratica alla pari dignità

1.2 Degni di essere riconosciuti

  1. L’indegnità universale

2.1 Le narrative “nere”

2.2 Etica narrativa dell’indegnità

2.3 La condizione di esiliati: la dignità di chi è “sradicato”

2.4 La tensione con l’irriconciliabile
 

  1. Clinica dello “sporco”

3.1 Ai confini tra dark e dirty care: una clinica in lotta

3.2 La funzione clinica dell’intimo: essere garante di un sentimento di dignità

3.3 La banalità del non-degno

3.4 Comunità e immunità

  1. Le patologie della dignità

4.1 Dalle patologie della libertà all’atto necropolitico di “privazione di dignità”

4.2 La costruzione dell’invivibile

4.3 I dannati della dignità: riconquistare dignità con la violenza

  1. Il divenir-indegno del mondo

5.1 L’antropocene, o la minaccia dell’indegnità sistemica

5.2 La brutalità del mondo

5.3 La dignità nelle istituzioni e i suoi modi degradati

5.4 L’inabitabilità, o l’abitudine all’indegnità

5.5 Di fronte all’indegno: il divenire dell’ospitalità

5.6 Collasso e iperconsumo: come resistere?

  1. Dall’indignazione alla dignità in azione

6.1 Forze e limiti delle retoriche dell’indignazione

6.2 Il teatro dell’indignazione

6.3 Onore e dignitas: il ritorno della di-fama

6.4 Etica del care: come agire con dignità

6.5 La dignità del bene comune

6.6 Apprendistato di dignità: «attenzione congiunta» e azione

Epilogo
Ringraziamenti

Biografia dell'autore

Cynthia Fleury
filosofa e psicoanalista francese, è titolare della cattedra Humanités et Santé al Conservatoire national des arts et métiers e della cattedra di Filosofia del GHU Paris Psychiatrie & Neurosciences; insegna inoltre all’École des Mines. Le sue ricerche intrecciano cura, democrazia, vulnerabilità e processi di individuazione.

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